Santa Teresa di Riva

Della parola più lunga
non conosciamo
l’inizio, né come finisce.
Riconosciamo
nel rauco gemito del mare
solo il dolore che a tutti dà la vita.

A Riva
l’acqua è una schietta trasparenza
azzurra, e ci puoi leggere
dentro cosa pensa.
Delle paure, delle passate
delusioni, delle ossessioni,
degli amori sbagliati
ne fa una pietra, milioni,
e prova a liberarsene;
ma ritornano sempre: le stesse pietre,
per milioni d’anni gli stessi pensieri
consumati dalla risacca,
spinti via a poco a poco.

È un moto di tutti i mari:
pietra dopo pietra costruiscono dall’odio,
e per desiderio di purezza, i continenti.
I mari sabbiosi rimuginano
più a lungo, e più d’ogni altro, e su tutto;
non fossero afflitti da se stessi
svelerebbero l’Universo.
Altri paiono non conoscere cura,
e ne hanno poche, o solo una;
ma scoglio, isola, arcipelago
irriducibile e che mai consumeranno.

Non vantino quindi i marinai
giunti a riva la propria padronanza
del navigare; alla malinconia
che il sorriso custodisce
chiedano che vale loro tal disprezzo.

Le pietre di Santa Teresa
stanno in una mano a due o tre;
le più distanti dal mare
sono vittorie sofferte e antiche:
non ha eguali la crudeltà
di chi per gioco ve le ributta dentro.

Sdraiato sul limitare
dell’acqua, mi offrivo
alle onde, che mi spingevano
sulle pietre, e con esse.
Non mi voleva, quel mare,
non quel giorno,
e sull’odiata terra
mi respingeva che mai
mi ha voluto.

"

I giorni perduti
- - - - - - - - - - - -


Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese:

- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise:

- Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni.

- Che giorni?

- I giorni tuoi.

- I miei giorni?

- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duck, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

- Signore! - gridò Kazirra. - Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico, almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi, e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

"

— Dino Buzzati, da “Solitudini”, in “Le notti difficili”, Mondadori, 1971 (via pabloestaqui)

Lindbergh

Trentatré ore nel nulla
ho catalogato deglutendo differenze
nel monotono ronzio lontano
delle stelle sull’Atlantico.
L’ombra del mio spirito
profondo nell’acqua
tratteneva il respiro,
ogni nuovo orizzonte sfioravo
come il filo del telegrafo.

A Parigi in centocinquantamila
si dividevano un po’ dell’attesa
mia della Francia, e ne erano stremati.
Tornai tra gli uomini e s’acclamarono,
portati in trionfo; fui esposto
simbolo non più umano dell’umano
dominio simbolico sullo spazio
vuoto per anni tra lunghe ali di folla
viaggiò il mio corpo per miglia,
ronzò la mia bocca.

Il mio spirito in volo
restava in quell’istante,
spiegava pesanti le ali
due metri sopra
il filo del telegrafo.

"«Tenterò di andare a scuola». «Bene. Ottimo. E che altro?» «Forse cercherò di essere più paziente con gli stupidi.» «Bene. E che altro?» «Non so, magari tenterò di non rovinare le cose perché divento troppo emotivo.» «E poi?» «Non è sufficiente?» «Sì. E’ più che sufficiente. E adesso, permettimi di chiederti come pensi che riuscirai a ottenere i risultati che mi hai elencato.» «Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me.» «Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi, non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»"

Jonathan Safran Foer. Molto forte, incredibilmente vicino.  (via liamdestroy)

(via nonsichiudeunabissoconaria)

Oltre l’orizzonte
va lo stormo lontano
vociante nel tramonto;
e lo ricordo sotto altro cielo
spezzare nella corsa
opposta e spargere
in terra più obliqui raggi.
Ieri s’appoggiarono, accenti
spaesati, agli ulivi del limite,
oggi un attimo sul palo
ai cui piedi s’aggruma il fango.

Non fossimo così estranei
tutti a questo mondo
(non condividessimo l’aria
sola, e il tedio, e il furore)
Fratelli, griderei,
è vano;
ma se mai troverete
da dove si esce, venitemi
a chiamare, io v’aspetto
qui sulla mia croce.

Wislawa Szymborska > LE TRE PAROLE PIÙ STRANE

greymatterwanted:

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.


… e poi c’è Infinito,
che sul foglio e nella testa
sempre finisce.

Un senso per certe poesie

Certe poesie son lunghe e noiose,
altre, noiose, son corte;
alcune, un po’ meglio, sorridono,
in altre, un po’ meglio, è la morte.
C’è, chiedi forse, un senso per tutte?

Magari son tanti, non certo nessuno,
e sarebbe ben bello trovarne pur uno.
Ce n’è, son sicuro, minimo mezzo
(tre quarti, davvero (davvero), non penso).
Ma tu non resisti, tu vuoi che lo dica,
ben vedo che già ti freghi le dita;
eccotelo allora, il senso, lo dico;
lo dico, pur mezzo, e condiviso alla vita:

se tu guardi il picchio l’albero vola,
il mare sul fondo profuma di viola;
(sbirulì sbirulà trenta novanta una volpe che canta)
ma se non lo mangi finisce la sabbia,
ti cadono gli occhi, ti serra la gabbia.

E’ un ostico mezzo
tal senso, lo so; e
se il tuo preferisci
(e se non l’hai mi stupisci),
se a te proprio non piace,
hai letto un poemetto
e vai via
in pace.

"Ma poi capii che, per quanto si possa amare, alla fine, lentamente, un viso che non si vede mai lo si scorda."

Orhan Pamuk.  (via buiosole)

e meno male…

(Fonte: iwishnothingbuttheworstforyou, via appartamentospagnolo)

Sfiorando l’interruttore
mentre non penso,
mi viene in mente
l’elettricità trepidante
in attesa sotto al dito,
e il tungsteno che la sogna
nel suo bulbo asfittico.
Poi certe case
abbandonate, chiuse
da tempo, con la polvere
sui tasti; e come a volte,
con la nostra assenza,
decidiamo la solitudine degli altri. 

Ora che hai volato
nel rosso petecchiale
del sole affogato
nelle cortine
si perdono i miei occhi.

Tu sei come una fitta
rete che alla preda arrendevole
s’appressa,
gli angoli della tua bocca
amo da cui sanguinante
solo tu puoi salvarmi;
lampare d’ambra scure
nelle tue palpebre luccicano
della luce di lune baltiche.

Sei come il forte bosco
odoroso che stendendosi
la sua chioma rossa spande
lento per morbide balze
e col languore della morte
apparente su di sé invita l’autunno.

Sei come stormo d’aliti leggeri:
soave il tuo amore gemi a me
che per colli e spelonche
vado annusando i sapori
di questa mobile terra,
sui lievi suoi colori striscio
cercandoti, sempre escluso
ti sento sotto di essa.

Tu sei come il baco pudica.
Dopo avermi carezzato
e mordicchiato ogni foglia,
come il fremito d’un rantolo
soffoca la gioiosa ricerca,
trascolori
e ti chiudi con un tuo ghigno
nel molle lenzuolo, delicato;
ne esci stanca, diversa,
sazia di paure,
guardi fuori.
Rimani poi
sul mio letto a morire. 

"Eppure ti amo
e tu mi ami
come s’ama il giorno o la vita o l’estate."

— JACQUES PRÉVERT, Le ombre (via lospecchioeilcanto)

Eppure ti amo
e tu mi ami
come ama l’amaca
la mole che l’ammacca
o l’amo la molle ombra
amorfa di pesce distante
a cui ammicca nella morta
acqua dello stagno;
e ama l’amorosa
idea che mai non muore
dell’amore
ogni mortale che da moltitudini
d’amori a morte sopraggiunti
colse l’avvertimento
eppure amor ancor cerca
in ogni dama, non gli permette
altro costume suo talento,
e perisce d’ogni nuovo
amor sotto la lama. 

Solo pochi hanno occhi per guardare e riuscire a vedere il meraviglioso che a volte si nasconde dentro le cose; e a volte sono gli stessi che quel meraviglioso lo hanno poco prima inventato e poi messo dentro le stesse cose che ora stanno guardando.

Poe(s)tiche

Nel mezzo dell’infinito
silenzio, immobile,
accanto a un muro
in un’alba di perla,
sta una capra
e bela, non rugge.
(E come potrebbe mai ruggire, o cantare?)
Bela
mare terra morte
bela
colpe tum tum pomeriggio
bela zigrinatura e
apocatastasi
beee
suoni
parole.

***

Una specie di dichiarazione di poetica e un giochetto allo stesso tempo. Non difficile: chi indovina tutte le citazioni?

onomatocardiopee

Tum tum
in me
tumulto e strage;
tu menti, ancora,
e ancora non lo senti.
Tum tum
tumefatti tumori
d’intuizione s’ingrossano
di vecchi accenti or disfatti e
con nuove armonie masticati
nelle parole consuete
che ancora ripeti,
sai tu perché,
e più non senti;
né io sento.
Morbide le labbra tue
ancora muovi,
e ancora vedo una t
io appena e non sento.
tum tum
sento,
tu muori. 

E I fu.
Siccome E
appena era stata, e
A prima ancora;
poi O sarebbe,
e infine U, diventata.