Di zufoli pispoli e chiù
di zirli e trilli
conosco il suono
(e posso anche farvelo:
eccovi un chiù);
di un barrito, di un muggito,
d’un bramito conosco il suono;
e il suono conosco di tutti i versi
degli animali.

Conosco il suono d’un bacio
e d’un abbraccio, d’una carezza,
della brezza che spira un’emozione
che abbandona il petto
e conosco il suono d’un balletto,
dei tuoi tacchi che tic-tac ticchettano
sull’acciottolato
e il suono che fai
masticando il cioccolato.

Di questa poesia,
da sempre sordo,
conosco la voce, e il suono
puntuale d’ogni verso,
parola per parola.

Tori, toreri, titani, tiranni;
torri, tendoni, tenori tonanti;
taccole, trappole, tinti tinelli,
tetti, tacchi, tostapani, tasselli;
turgide tette, trottanti turisti,
tenere, timide, tortore tristi;
“Tite tute Tati tibi tanta turanne tulisti!”

Tutto trascolora
e torna terra.

Le foglie nel bosco
di castagni sono in terra
una pelle morta, le ere
un vapore immobile tra i fusti
come il muschio; in alto
le chiome mormorano
raccolte della lontananza.

Il vento da sud suona coi tonfi 
una sua melodia
a distanze cangianti,
e guida coi ricci il raccolto,
la caccia ch’io faccio
fuori tempo. Ogni tonfo
è dono d’un complice
ch’accoglie impensato;
e inalo, riconosco, dimentico.

Duecento passi più a nord
s’arricciano tre nasi di lupo;
si prepara allo scatto una vipera
sotto l’ultimo colpo di tamburo.

Breve elenco lacunoso di cose inutili

La carta, le sigarette,
le silhouette,
le schegge di legno,
o di vetro; ogni sforzo.
La polvere e il vento
che la sputa addosso,
ogni balza, ogni fosso;
il pesce palla, il pesce rosso
il pesce gatto, la murena,
ogni pesce, ogni gatto,
la cancrena,
un letto sfatto,
un copriletto con un gatto
e due uccelli, o tre uccelli;
tutti gli uccelli,
i rettili,
gli insetti
anche non fastidiosi;
io, tu, e le nostre mani
che si sfiorano;
tutte le mani
e le cose che sfiorano,
i pollici opponibili,
i ponti, il pollame,
il polline impalpabile,
i vetri rotti
e gli infrangibili;
tutto ciò
che questa poesia non dice;
gli occhi della lince.

Sincero,
non nasconde
bellezza né abominio.
A volte gioisce
nella malinconia
della letizia degli altri,
sorride di riflesso;
per natura aspira
a non farsi notare, forse
a non esistere;
impara che nessuno lo guarda per guardarlo
che è sempre fuori posto,
mai nel punto verso
cui volgon gli occhi,
sempre prima,
o dopo,
e mai s’intromette nelle scoperte
di due sguardi
che si cercano.
Gode con voi
di una giornata di Sole,
si perde insieme a voi
nel buio.

È fragile, il vetro
d’una finestra, instabile 
per natura, non adatto al mondo
trema ad ogni alito e mano che lo sfiora.
Non era così mentre irrideva il vento
del deserto
e col nome di sciagura
soffocava l’arroganza
in gola agli sprovveduti,
concedeva un termine
al lungo viaggio dei dispersi.
In questa vita di vetro
lo scaraventarono a forza,
non la chiese.
Forse se non lo ferisse
ancora giovane
ogni sguardo storto
e disperato che lo trapassa,
il tocco mal calibrato
che la distrazione accorda sempre
agli oggetti,
quella devozione meccanica
di cui non è il fine;
se troppe voci non stridessero tanto
inutilmente
se avesse il tempo 
di adattarsi alla paura
arriverebbe a conoscere la luce
rossa della fine.
Ma non avviene mai,
invecchia sempre prima,
e alla fine si rompe.

inlimine:

unoetrino:

heyfunniest:




DE-FI-NI-TI-VO

I’ll never get bored

Ma nessuno ha ancora fatto, chessò, Bread Pitt, George Clooneytunes, Barak Okama, Byron Man, Tom Bruise, Sylvester Stall-two, Datt Mamon, Angelina Jotruth o Angelina Jostand, Micheal Fassstraightener etc… etc…?

inlimine:

unoetrino:

heyfunniest:


DE-FI-NI-TI-VO

I’ll never get bored

Ma nessuno ha ancora fatto, chessò, Bread Pitt, George Clooneytunes, Barak Okama, Byron Man, Tom Bruise, Sylvester Stall-two, Datt Mamon, Angelina Jotruth o Angelina Jostand, Micheal Fassstraightener etc… etc…?

(Fonte: thecleverhelper, via 3141592)

Santa Teresa di Riva

Della parola più lunga
non conosciamo
l’inizio, né come finisce.
Riconosciamo
nel rauco gemito del mare
solo il dolore che a tutti dà la vita.

A Riva
l’acqua è una schietta trasparenza
azzurra, e ci puoi leggere
dentro cosa pensa.
Delle paure, delle passate
delusioni, delle ossessioni,
degli amori sbagliati
ne fa una pietra, milioni,
e prova a liberarsene;
ma ritornano sempre: le stesse pietre,
per milioni d’anni gli stessi pensieri
consumati dalla risacca,
spinti via a poco a poco.

È un moto di tutti i mari:
pietra dopo pietra costruiscono dall’odio,
e per desiderio di purezza, i continenti.
I mari sabbiosi rimuginano
più a lungo, e più d’ogni altro, e su tutto;
non fossero afflitti da se stessi
svelerebbero l’Universo.
Altri paiono non conoscere cura,
e ne hanno poche, o solo una;
ma scoglio, isola, arcipelago
irriducibile e che mai consumeranno.

Non vantino quindi i marinai
giunti a riva la propria padronanza
del navigare; alla malinconia
che il sorriso custodisce
chiedano che vale loro tal disprezzo.

Le pietre di Santa Teresa
stanno in una mano a due o tre;
le più distanti dal mare
sono vittorie sofferte e antiche:
non ha eguali la crudeltà
di chi per gioco ve le ributta dentro.

Sdraiato sul limitare
dell’acqua, mi offrivo
alle onde, che mi spingevano
sulle pietre, e con esse.
Non mi voleva, quel mare,
non quel giorno,
e sull’odiata terra
mi respingeva che mai
mi ha voluto.

"

I giorni perduti
- - - - - - - - - - - -


Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese:

- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise:

- Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni.

- Che giorni?

- I giorni tuoi.

- I miei giorni?

- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duck, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

- Signore! - gridò Kazirra. - Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico, almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi, e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

"

— Dino Buzzati, da “Solitudini”, in “Le notti difficili”, Mondadori, 1971 (via pabloestaqui)

Lindbergh

Trentatré ore nel nulla
ho catalogato deglutendo differenze
nel monotono ronzio lontano
delle stelle sull’Atlantico.
L’ombra del mio spirito
profondo nell’acqua
tratteneva il respiro,
ogni nuovo orizzonte sfioravo
come il filo del telegrafo.

A Parigi in centocinquantamila
si dividevano un po’ dell’attesa
mia della Francia, e ne erano stremati.
Tornai tra gli uomini e s’acclamarono,
portati in trionfo; fui esposto
simbolo non più umano dell’umano
dominio simbolico sullo spazio
vuoto per anni tra lunghe ali di folla
viaggiò il mio corpo per miglia,
ronzò la mia bocca.

Il mio spirito in volo
restava in quell’istante,
spiegava pesanti le ali
due metri sopra
il filo del telegrafo.

"«Tenterò di andare a scuola». «Bene. Ottimo. E che altro?» «Forse cercherò di essere più paziente con gli stupidi.» «Bene. E che altro?» «Non so, magari tenterò di non rovinare le cose perché divento troppo emotivo.» «E poi?» «Non è sufficiente?» «Sì. E’ più che sufficiente. E adesso, permettimi di chiederti come pensi che riuscirai a ottenere i risultati che mi hai elencato.» «Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me.» «Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi, non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»"

Jonathan Safran Foer. Molto forte, incredibilmente vicino.  (via liamdestroy)

(via nonsichiudeunabissoconaria)

Oltre l’orizzonte
va lo stormo lontano
vociante nel tramonto;
e lo ricordo sotto altro cielo
spezzare nella corsa
opposta e spargere
in terra più obliqui raggi.
Ieri s’appoggiarono, accenti
spaesati, agli ulivi del limite,
oggi un attimo sul palo
ai cui piedi s’aggruma il fango.

Non fossimo così estranei
tutti a questo mondo
(non condividessimo l’aria
sola, e il tedio, e il furore)
Fratelli, griderei,
è vano;
ma se mai troverete
da dove si esce, venitemi
a chiamare, io v’aspetto
qui sulla mia croce.

Wislawa Szymborska > LE TRE PAROLE PIÙ STRANE

greymatterwanted:

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.


… e poi c’è Infinito,
che sul foglio e nella testa
sempre finisce.

Un senso per certe poesie

Certe poesie son lunghe e noiose,
altre, noiose, son corte;
alcune, un po’ meglio, sorridono,
in altre, un po’ meglio, è la morte.
C’è, chiedi forse, un senso per tutte?

Magari son tanti, non certo nessuno,
e sarebbe ben bello trovarne pur uno.
Ce n’è, son sicuro, minimo mezzo
(tre quarti, davvero (davvero), non penso).
Ma tu non resisti, tu vuoi che lo dica,
ben vedo che già ti freghi le dita;
eccotelo allora, il senso, lo dico;
lo dico, pur mezzo, e condiviso alla vita:

se tu guardi il picchio l’albero vola,
il mare sul fondo profuma di viola;
(sbirulì sbirulà trenta novanta una volpe che canta)
ma se non lo mangi finisce la sabbia,
ti cadono gli occhi, ti serra la gabbia.

E’ un ostico mezzo
tal senso, lo so; e
se il tuo preferisci
(e se non l’hai mi stupisci),
se a te proprio non piace,
hai letto un poemetto
e vai via
in pace.

"Ma poi capii che, per quanto si possa amare, alla fine, lentamente, un viso che non si vede mai lo si scorda."

Orhan Pamuk.  (via buiosole)

e meno male…

(Fonte: iwishnothingbuttheworstforyou, via appartamentospagnolo)

Sfiorando l’interruttore
mentre non penso,
mi viene in mente
l’elettricità trepidante
in attesa sotto al dito,
e il tungsteno che la sogna
nel suo bulbo asfittico.
Poi certe case
abbandonate, chiuse
da tempo, con la polvere
sui tasti; e come a volte,
con la nostra assenza,
decidiamo la solitudine degli altri.