Tori, toreri, titani, tiranni;
torri, tendoni, tenori tonanti;
taccole, trappole, tinti tinelli,
tetti, tacchi, tostapani, tasselli;
turgide tette, trottanti turisti,
tenere, timide, tortore tristi;
“Tite tute Tati tibi tanta turanne tulisti!”

Tutto trascolora
e torna terra.

Le foglie nel bosco
di castagni sono in terra
una pelle morta, le ere
un vapore immobile tra i fusti
come il muschio; in alto
le chiome mormorano
raccolte della lontananza.

Il vento da sud suona coi tonfi 
una sua melodia
a distanze cangianti,
e guida coi ricci il raccolto,
la caccia ch’io faccio
fuori tempo. Ogni tonfo
è dono d’un complice
ch’accoglie impensato;
e inalo, riconosco, dimentico.

Duecento passi più a nord
s’arricciano tre nasi di lupo;
si prepara allo scatto una vipera
sotto l’ultimo colpo di tamburo.

Breve elenco lacunoso di cose inutili

La carta, le sigarette,
le silhouette,
le schegge di legno,
o di vetro; ogni sforzo.
La polvere e il vento
che la sputa addosso,
ogni balza, ogni fosso;
il pesce palla, il pesce rosso
il pesce gatto, la murena,
ogni pesce, ogni gatto,
la cancrena,
un letto sfatto,
un copriletto con un gatto
e due uccelli, o tre uccelli;
tutti gli uccelli,
i rettili,
gli insetti
anche non fastidiosi;
io, tu, e le nostre mani
che si sfiorano;
tutte le mani
e le cose che sfiorano,
i pollici opponibili,
i ponti, il pollame,
il polline impalpabile,
i vetri rotti
e gli infrangibili;
tutto ciò
che questa poesia non dice;
gli occhi della lince.

Sincero,
non nasconde
bellezza né abominio.
A volte gioisce
nella malinconia
della letizia degli altri,
sorride di riflesso;
per natura aspira
a non farsi notare, forse
a non esistere;
impara che nessuno lo guarda per guardarlo
che è sempre fuori posto,
mai nel punto verso
cui volgon gli occhi,
sempre prima,
o dopo,
e mai s’intromette nelle scoperte
di due sguardi
che si cercano.
Gode con voi
di una giornata di Sole,
si perde insieme a voi
nel buio.

È fragile, il vetro
d’una finestra, instabile 
per natura, non adatto al mondo
trema ad ogni alito e mano che lo sfiora.
Non era così mentre irrideva il vento
del deserto
e col nome di sciagura
soffocava l’arroganza
in gola agli sprovveduti,
concedeva un termine
al lungo viaggio dei dispersi.
In questa vita di vetro
lo scaraventarono a forza,
non la chiese.
Forse se non lo ferisse
ancora giovane
ogni sguardo storto
e disperato che lo trapassa,
il tocco mal calibrato
che la distrazione accorda sempre
agli oggetti,
quella devozione meccanica
di cui non è il fine;
se troppe voci non stridessero tanto
inutilmente
se avesse il tempo 
di adattarsi alla paura
arriverebbe a conoscere la luce
rossa della fine.
Ma non avviene mai,
invecchia sempre prima,
e alla fine si rompe.

Santa Teresa di Riva

Della parola più lunga
non conosciamo
l’inizio, né come finisce.
Riconosciamo
nel rauco gemito del mare
solo il dolore che a tutti dà la vita.

A Riva
l’acqua è una schietta trasparenza
azzurra, e ci puoi leggere
dentro cosa pensa.
Delle paure, delle passate
delusioni, delle ossessioni,
degli amori sbagliati
ne fa una pietra, milioni,
e prova a liberarsene;
ma ritornano sempre: le stesse pietre,
per milioni d’anni gli stessi pensieri
consumati dalla risacca,
spinti via a poco a poco.

È un moto di tutti i mari:
pietra dopo pietra costruiscono dall’odio,
e per desiderio di purezza, i continenti.
I mari sabbiosi rimuginano
più a lungo, e più d’ogni altro, e su tutto;
non fossero afflitti da se stessi
svelerebbero l’Universo.
Altri paiono non conoscere cura,
e ne hanno poche, o solo una;
ma scoglio, isola, arcipelago
irriducibile e che mai consumeranno.

Non vantino quindi i marinai
giunti a riva la propria padronanza
del navigare; alla malinconia
che il sorriso custodisce
chiedano che vale loro tal disprezzo.

Le pietre di Santa Teresa
stanno in una mano a due o tre;
le più distanti dal mare
sono vittorie sofferte e antiche:
non ha eguali la crudeltà
di chi per gioco ve le ributta dentro.

Sdraiato sul limitare
dell’acqua, mi offrivo
alle onde, che mi spingevano
sulle pietre, e con esse.
Non mi voleva, quel mare,
non quel giorno,
e sull’odiata terra
mi respingeva che mai
mi ha voluto.

Lindbergh

Trentatré ore nel nulla
ho catalogato deglutendo differenze
nel monotono ronzio lontano
delle stelle sull’Atlantico.
L’ombra del mio spirito
profondo nell’acqua
tratteneva il respiro,
ogni nuovo orizzonte sfioravo
come il filo del telegrafo.

A Parigi in centocinquantamila
si dividevano un po’ dell’attesa
mia della Francia, e ne erano stremati.
Tornai tra gli uomini e s’acclamarono,
portati in trionfo; fui esposto
simbolo non più umano dell’umano
dominio simbolico sullo spazio
vuoto per anni tra lunghe ali di folla
viaggiò il mio corpo per miglia,
ronzò la mia bocca.

Il mio spirito in volo
restava in quell’istante,
spiegava pesanti le ali
due metri sopra
il filo del telegrafo.

Oltre l’orizzonte
va lo stormo lontano
vociante nel tramonto;
e lo ricordo sotto altro cielo
spezzare nella corsa
opposta e spargere
in terra più obliqui raggi.
Ieri s’appoggiarono, accenti
spaesati, agli ulivi del limite,
oggi un attimo sul palo
ai cui piedi s’aggruma il fango.

Non fossimo così estranei
tutti a questo mondo
(non condividessimo l’aria
sola, e il tedio, e il furore)
Fratelli, griderei,
è vano;
ma se mai troverete
da dove si esce, venitemi
a chiamare, io v’aspetto
qui sulla mia croce.

Un senso per certe poesie

Certe poesie son lunghe e noiose,
altre, noiose, son corte;
alcune, un po’ meglio, sorridono,
in altre, un po’ meglio, è la morte.
C’è, chiedi forse, un senso per tutte?

Magari son tanti, non certo nessuno,
e sarebbe ben bello trovarne pur uno.
Ce n’è, son sicuro, minimo mezzo
(tre quarti, davvero (davvero), non penso).
Ma tu non resisti, tu vuoi che lo dica,
ben vedo che già ti freghi le dita;
eccotelo allora, il senso, lo dico;
lo dico, pur mezzo, e condiviso alla vita:

se tu guardi il picchio l’albero vola,
il mare sul fondo profuma di viola;
(sbirulì sbirulà trenta novanta una volpe che canta)
ma se non lo mangi finisce la sabbia,
ti cadono gli occhi, ti serra la gabbia.

E’ un ostico mezzo
tal senso, lo so; e
se il tuo preferisci
(e se non l’hai mi stupisci),
se a te proprio non piace,
hai letto un poemetto
e vai via
in pace.

Sfiorando l’interruttore
mentre non penso,
mi viene in mente
l’elettricità trepidante
in attesa sotto al dito,
e il tungsteno che la sogna
nel suo bulbo asfittico.
Poi certe case
abbandonate, chiuse
da tempo, con la polvere
sui tasti; e come a volte,
con la nostra assenza,
decidiamo la solitudine degli altri. 

Ora che hai volato
nel rosso petecchiale
del sole affogato
nelle cortine
si perdono i miei occhi.

Tu sei come una fitta
rete che alla preda arrendevole
s’appressa,
gli angoli della tua bocca
amo da cui sanguinante
solo tu puoi salvarmi;
lampare d’ambra scure
nelle tue palpebre luccicano
della luce di lune baltiche.

Sei come il forte bosco
odoroso che stendendosi
la sua chioma rossa spande
lento per morbide balze
e col languore della morte
apparente su di sé invita l’autunno.

Sei come stormo d’aliti leggeri:
soave il tuo amore gemi a me
che per colli e spelonche
vado annusando i sapori
di questa mobile terra,
sui lievi suoi colori striscio
cercandoti, sempre escluso
ti sento sotto di essa.

Tu sei come il baco pudica.
Dopo avermi carezzato
e mordicchiato ogni foglia,
come il fremito d’un rantolo
soffoca la gioiosa ricerca,
trascolori
e ti chiudi con un tuo ghigno
nel molle lenzuolo, delicato;
ne esci stanca, diversa,
sazia di paure,
guardi fuori.
Rimani poi
sul mio letto a morire. 

Solo pochi hanno occhi per guardare e riuscire a vedere il meraviglioso che a volte si nasconde dentro le cose; e a volte sono gli stessi che quel meraviglioso lo hanno poco prima inventato e poi messo dentro le stesse cose che ora stanno guardando.

Poe(s)tiche

Nel mezzo dell’infinito
silenzio, immobile,
accanto a un muro
in un’alba di perla,
sta una capra
e bela, non rugge.
(E come potrebbe mai ruggire, o cantare?)
Bela
mare terra morte
bela
colpe tum tum pomeriggio
bela zigrinatura e
apocatastasi
beee
suoni
parole.

***

Una specie di dichiarazione di poetica e un giochetto allo stesso tempo. Non difficile: chi indovina tutte le citazioni?

onomatocardiopee

Tum tum
in me
tumulto e strage;
tu menti, ancora,
e ancora non lo senti.
Tum tum
tumefatti tumori
d’intuizione s’ingrossano
di vecchi accenti or disfatti e
con nuove armonie masticati
nelle parole consuete
che ancora ripeti,
sai tu perché,
e più non senti;
né io sento.
Morbide le labbra tue
ancora muovi,
e ancora vedo una t
io appena e non sento.
tum tum
sento,
tu muori.